Bambini iperattivi: adhd o richiesta di aiuto?

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La sindrome da iperattività richiede una diagnosi attenta, ed è una patologia spesso confusa con altre forme di disagio. Vediamone alcune.

Spesso i bambini esprimono fisicamente le loro emozioni: che si tratti di gioia (si mettono a saltare e correre per emozione) o di nervosismo che non sanno esprimere altrimenti (non riescono a stare fermi, sono agitati), il corpo è lo strumento di comunicazione più potente ed efficace che hanno.

Noi adulti perdiamo questa immediatezza a nostre spese, ma quando cerchiamo di comprendere lo stato d’animo di un bambino, cercando il modo di essergli d’aiuto, non dobbiamo dimenticare questo aspetto.

Non è facile comprendere la differenza tra un bambino che esprime un disagio (che ha subito un trauma, che sta attraversando uno stress emotivo), ed un bambino affetto ad ADHD. I sintomi possono apparire molto simili.

La distrazione, l’umore agitato, la rabbia… quando il bambino vive uno stress emotivo c’è spesso un accumulo di adrenalina nel corpo, che innesca questo tipo di comportamento, ed il comportamento non verbale è sempre una “cartina di tornasole” che dà indicazioni importanti su dove intervenire.

I farmaci possono solo tamponare i sintomi, ma la loro regressione, come spesso ripeto, è possibile solo all’interno di una relazione, un contesto che, attraverso il rapporto con una persona significativa, possa essere “curativo”, ovvero di aiuto per il piccolo. Va da sé che è molto difficile guarire l’ iperattività senza agire anche sul contesto familiare e scolastico dove il bambino vive le sue giornate.

Questo è sempre il primo passo: accogliere, prendersi cura del bambino e del suo stato d’animo, comprendere cosa sta attraversando, in che ambiente vive, in che fase della vita si trova.

La sicurezza, ad esempio, è fondamentale per un bambino, e quando i piccoli non si sentono al sicuro lo manifestano immediatamente. A volte il loro comportamento, più che una sindrome, è un appello al prendersi cura di loro e di ciò che li agita.
Per questo è necessario che  i genitori, gli insegnanti, coloro che si occupano di lui, capiscano perché lui risponde in quel modo, perché si comporta così, e trovino un modo per aiutarlo a superare il dolore e la fatica.

Il trattamento non può escludere delle linee guida per la famiglia, delle consegne per la scuola, ed un esame diagnostico che includa le relazioni significative.

Anche i bambini con un disturbo di apprendimento, come è ormai noto, possono essere confusi con soggetti affetti da ADHD. Per esprimerlo in estrema semplicità, alcuni bambini non riescono a processare le informazioni (ad esempio le spiegazioni dell’insegnante) con un adeguata velocità, e reagiscono a questo distraendosi, e scaricando la loro frustrazione attraverso un comportamento impulsivo.

Non sono ragazzi con un ritardo mentale, ma semplicemente ragazzi che hanno bisogno di strategie diverse e di tempi differenti di apprendimento. E spesso queste cose vengono confuse, senza una diagnosi adeguata ed un intervento comprensibile.

Quando i disturbi di apprendimento non sono affrontati adeguatamente la reazione più essere l’irritabilità, la difficoltà di concentrazione e l’impulsività. Riconosciuta la difficoltà di apprendimento, invece, questi sintomi regrediscono del tutto.

La linea di fondo, nella diagnosi differenziale (cioè quella attraverso cui si escludono patologie con sintomi simili), è che ogni bambino merita una diagnosi approfondita, che coinvolga tutte le persone con cui interagisce nella sua vita quotidiana.

Questa serve anche a dare strumenti agli adulti che si occupano di lui, e di agire in modo riflessivo e attento, nel rispetto di ciò che il bambino prova.

La diagnosi ed il trattamento per l’iperattività rappresentano il campo di battaglia di una guerra attualmente in corso, che vede sui due fronti coloro che sono sfavore di un trattamento farmacologico e coloro che prediligono l’aspetto relazionale.
Ma questa guerra non ha ancora delle regole codificate, e noi abbiamo il dovere di garantire ai nostri figli un “combattimento” che sia equo.

Marcella Agnone – Psicologa Psicoterapeuta

foto: skollworldforum.org

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