Disordini alimentari: disturbi “multifattoriali”

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Mi è stato chiesto di trattare di disturbi dell’alimentazione, e dopo qualche riflessione ho accettato, nonostante io sappia che sono un tema molto scottante. Proviamo a discuterne insieme negli articoli che seguiranno: oggi introduciamo l’argomento.

Sono molti gli approcci e i punti di vista su anoressia, bulimia, disordini alimentari, ed invece parlare della sofferenza che provocano non è mai facile, dal momento che si tratta di temi intimi e complessi.

In ambito medico si dice che ogni disturbo dipende da una causa, e quindi dalla presenza di condizioni che permettano il suo verificarsi.

Quando si verificano entrambe -le cause e le condizioni- il risultato sarà proprio quel fenomeno, anche quando si tratta di un comportamento o di uno stato d’animo. Se non vi è alcuna causa, non può esserci effetto.
Sembra semplice, giusto?

Immaginiamo che, nel caso di un disturbo alimentare, la “causa” sia una predisposizione genetica , o un trauma infantile, e le “condizioni” siano cose come un gruppo di pari che sprona ad una dieta sconsiderata, prendendo in giro qualcuno per il suo peso, la sua forma o le sue dimensioni fisiche (mole, altezza).

Un “fenomeno” (inteso proprio come qualcosa che appare evidente ai nostri sensi), in realtà, non è determinato solo da causa ed effetto: questi sono infatti solo il principio e la fine di una catena infinita di eventi. Visto da una certa prospettiva, una causa è una causa. Visto da un altro punto di vista, può apparire come un effetto.

Questo può essere valido per la comprensione di un disturbo alimentare. Esso viene di solito definito un fenomeno “multifattoriale”, perché ci possono essere molte cause ed effetti, ma ciò che conta non è tanto cosa è venuto prima o “di chi è la colpa”, quanto che molte cause e molte condizioni differenti si sono presentate insieme per formare una situazione molto difficile, che può spingere un’adolescente sull’orlo dell’esaurimento e minacciare molto la coesione familiare.

Il rovescio della medaglia di questo ragionamento è che anche le soluzioni per un disturbo alimentare sono costituite da una serie di cause ed effetti.

Tutti i pazienti hanno le potenzialità per guarire.
Il problema è che se non sussistono delle buone condizioni, allora il “recupero” sarà più difficile.

Per avere motivazione al cambiamento c’è bisogno di pianificare un buon piano alimentare, circondarsi di sostegno, non compromettere le relazioni con amici e familiari, e non evitare stimoli basati sul cibo o sull’analisi emotiva del rapporto col cibo.

Marcella Agnone – Psicologa Psicoterapeuta

foto: ilsannita.it

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