Da 1 luglio 2010 0 commenti Leggi tutto →

Donne tra famiglia e lavoro

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In questi ultimi anni, sono state avanzate molte proposte a favore della famiglia. Nel frattempo, mentre alcuni problemi  tradizionali tendono a cronicizzarsi, emergono nuove fragilità che chiedono risposte adeguate. Mentre altri paesi hanno dimostrato una certa capacità di cogliere per tempo le sfide e guidare i cambiamenti, l’Italia continua a trovarsi con i suoi gravi problemi irrisolti e con un welfare pubblico debole. Sarebbe necessaria un’ampia ristrutturazione, un’organica e coerente riforma degli strumenti di protezione e promozione del benessere.

Esistono infatti, profondi squilibri non solo generazionali, ma anche di genere che si manifestano in varie asimmetrie e sprechi di risorse. In Italia le donne lavorano meno degli uomini e per periodi più brevi della vita. Quelle che entrano nel mercato del lavoro sovente ne escono precocemente o alla nascita dei figli o per curare i genitori anziani.

Inoltre hanno meno figli di quelli che vorrebbero. Sono soprattutto le difficoltà di conciliazione che privano molte famiglie italiane del reddito di uno dei due patner, per lo più la donna, con gravi conseguenze sia sulle condizioni di vita che sulla fecondità desiderata. D’altronde, sia le donne che preferiscono dedicarsi totalmente alla cura della famiglia e dei figli sia quelle che vogliono dedicarsi esclusivamente alla carriera stanno diventando componenti limitate dell’universo delle donne adulte.

La stragrande maggioranza vorrebbe realizzarsi in entrambe le dimensioni di vita, e ciò comporta esigenze di conciliazione tra maternità e lavoro sempre più pressanti. Le donne italiane si trovano ad affrontare un “trade off” tra lavoro e famiglia particolarmente difficile in un contesto in cui il sistema di welfare state è  limitato e carente, il mercato del lavoro rigido e inefficiente e l’aiuto dei patner ancor minimo.

Una ricerca sul campo

In una recente ricerca sul campo condotta in Italia (pubblicata sulla Rivista di Politiche Sociali) è stato approfondito il rapporto fra i ruoli maschili e femminili e la divisione sociale del lavoro.

Ne emerge che con la maternità le traiettorie lavorative delle donne subiscono forti condizionamenti, e non in pochi casi si interrompono. La condizione di madre rappresenta un ostacolo al lavoro non solo per le neomamme, ma è una limitazione per tutta la vita attiva delle donne italiane. Altrettanto, avere una famiglia numerosa riduce ulteriormente per la donna possibilità di lavorare.

Eppure, la nascita di un figlio non impedisce necessariamente di restare nel mercato del lavoro. Divenute madri, le donne continuano a lavorare a condizione che occupino un posizione a cui corrisponda un reddito adeguato. Un’uscita del lavoro della neomamma espone, infatti, la famiglia al rischio di un difficile rientro. Se l’impegno orario è troppo lungo, le più fortunate tendono a ridurne la durata optando per il part-time. Ma questa fortuna nel medio e lungo periodo potrebbe trasformarsi in trappola e chiusura e percorsi di carriera.

Inoltre , il ruolo tradizionale del padre come principale sostegno economico permane, e le donne, a livello di sistema sociale, sembrano destinate a prendersi cura della famiglia.

D’altra parte, emerge una propensione degli uomini ad una maggiore condivisione del lavoro di cura nei confronti dei figli, ma e’ sulle donne che grava il peso maggiore.

Nel sistema sociale italiano l’attuale divisione del lavoro di genere, è in ogni caso ancora fortemente radicato nell’immaginario collettivo. La legge sui congedi parentali e’ poco utilizzata agli uomini perché è  meglio che ad occuparsi dei figli siano soprattutto le madri! Quindi, a livello informativo c’e’ molto da fare.

I congedi parentali

Al fine di tutelare il ruolo socio-famigliare della lavoratrice, e’ stata emanata la legge sui Congedi Parentali ,  la L. 8-3-2000 n. 53, innovando la disciplina preesistente, favorendo un adattamento all’obiettivo di una più equa ripartizione delle responsabilità famigliari all’interno del nucleo, ovvero tra lavoratori e lavoratrici, anche allo scopo di favorire pari possibilità di carriera. Nella parte B della legge, infatti, si legge:

“E’ attualmente previsto un congedo parentale  della durata massima  cumulativa di 10 mesi, fruibile in alternativa dal padre o dalla madre, nei primi otto anni di vita del bambino”.

E’ dunque alle politiche pubbliche che spetta il compito principale di creare le condizioni strutturali atte a garantire la possibilità effettiva che si realizzino le aspirazioni alla modernità che affiorano nella società italiana.

Articolo a cura di Rita Bimbatti, laureata in Scienze dell’Educazione e specializzanda in Sociologia e Politiche per la Salute.

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