Genitori sugli spalti – Un ruolo difficile

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I genitori che sono sugli spalti o sulle gradinate a vedere i loro figli fare sport, sono persone meritevoli.

Meritevoli di aver deciso di far fare sport ai loro figli, togliendoli da casa dove purtroppo non si fa altro che giocare alla Play Station o al DS Nintendo e meritevoli di avere la pazienza e la costanza di presenziare alle – spesso noiosissime – gare sportive dei figli.

E’ tutt’altro che banale quello che questi genitori fanno, perché, anche se può sembrare “normale” portare il figlio a fare sport “così si muove un po’” oppure se può risultare naturale andare a vedere la garetta di nuoto, le scelte che loro hanno appena fatto per i loro figli sono scelte educative importanti.

E’ ormai chiaro a tutti che i genitori non sono gli unici ad educare i loro figli. Contribuiscono e concorrono ad educarli anche altre entità esterne alla famiglia, il chè solleva il problema di proporre modelli differenti da quelli proposti in famiglia creando un vero e proprio bombardamento e tanta confusione nella testa dei ragazzi.

Ecco allora che la scelta di uno sport può dare un mano alla famiglia perché propone un modello educativo ordinato,  fatti di regole da seguire, orari da rispettare, autorità cui fare riferimento, persone con le quali competere, limiti personali con i quali fare i conti cercando di superarne alcuni ed accettarne altri.

Ed ecco ancora che l’ambiente sportivo propone ai ragazzi un ambiente nei quali essi possano fare le prime esperienze di autonomia in un ambiente controllato, governato da regole certe, nel quale l’autorità di riferimento non sia un genitore – col quale è sempre disponibile ed aperta la scappatoia della confidenza e dell’affetto – ma un allenatore che, se capace e presente al suo ruolo, obbligherà i ragazzi ad un atteggiamento di sempre maggior responsabilità e di indipendenza.

Detto tutto questo, torniamo ad osservare i meritevoli genitori seduti sugli spalti. Ci sono casi assai frequenti nei quali, tutto il buon lavoro svolto in fase di scelta educativa fatta secondo gli schemi che ho sintetizzato, viene “bruciato” con un atteggiamento del genitore-spettatore a dir poco contrastante con quello di un buon educatore.

Non sto qui a commentare gli obbrobri di maleducazione che chi ha frequentato un campo sportivo – soprattutto di calcio – ha senz’altro conosciuto, perché su quello ho poco da dire. E’ invece interessante parlare del fatto che il genitore sugli spalti dovrebbe cercare di essere un gradito spettatore e niente altro. Il ruolo autoritario e in certi casi anche il ruolo di incoraggiatore spetta – in quel contesto – a qualcun altro. C’è un allenatore che cazzierà nostro figlio perché non ci mette la giusta determinazione, ci sono i suoi compagni che lo rimbrotteranno se non terrà la giusta posizione, c’è un arbitro che sanzionerà le sue scorrettezze, c’è tutta la squadra che lo incoraggerà a dare tutto se stesso. Il genitore che cerca di esercitare in qualche modo la sua influenza dagli spalti sbaglia due volte: sbaglia perché si sovrappone all’autorità del nuovo entourage sportivo delegittimandolo (ma non lo aveva scelto proprio perché lo riteneva affidabile ed attendibile?!) e sbaglia perché riattivando col figlio il legame educativo\affettivo – con l’utilizzo di rimproveri, urli, consigli personali – di fatto impedisce al figlio di vivere pienamente la nuova esperienza di autonomia (che è il vero valore aggiunto dell’esperienza sportiva.)

Ben vengano quindi i genitori che accompagnano i figli alle gare sportive (spesso annoiandosi) e ben vengano quei genitori che, una volta accomodati sugli spalti riescono a fare lo sforzo immane di non interloquire col figlio limitandosi ad unirsi agli applausi e agli incoraggiamenti di tutti.

Ai genitori che – invece – sugli spalti trascendono ogni regola di educazione dico soltanto che un genitore è un genitore sempre anche quando c’è una partita di calcio di mezzo.

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Federico Ghiglione

Associazione Professione Papà

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