Da 5 dicembre 2011 0 commenti Leggi tutto →

Interruzione terapeutica di gravidanza: aumentano i ginecologi obiettori di coscienza

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L’argomento è doloroso: le interruzioni terapeutiche di gravidanza avvengono in genere dopo la dodicesima settimana, quando il feto inizia a crescere e non è più sufficiente un semplice raschiamento fatto in day hospital per abortire. E – generalmente – avvengono per patologie serie, talvolta definite addirittura “incompatibili” con la vita, non

per una banale “indisposizione” materna.

Dopo il terzo mese, se una donna decide di interrompere la gravidanza per ragioni terapeutiche, la procedura è più complicata e più lunga. Non si può infatti chiamare un medico a gettone, di quelli che praticano l’interruzione di gravidanza, perché occorre introdurre nell’utero delle candelette di prostaglandina per stimolare le contrazioni del travaglio. La procedura prevede che venga  introdotta una candeletta ogni tre ore finché il travaglio non si innesca, ma possono occorrere anche tre o più candelette: quindi il rischio è che termini il turno del medico che si occupa dell’interruzione, che ne subentri uno che è obiettore e che si rifiuti di procedere. Evento che si verifica assai frequentemente, se è vero che circa il 70% dei ginecologi in Italia è obiettore.

La verità è che – come dice Chiara Lalli nel suo recente libro “C’è chi dice no” – “fare aborti non è certamente gratificante”, e che gli obiettori ottengono “indubbi vantaggi, sia in termini di soddisfazione professionale che di carriera.” Ma la legge sull’interruzione di gravidanza ormai ha più di trent’anni, e ogni struttura sanitaria è obbligata a garantirla “in modo da rispettare la dignità personale della donna”.

Stefano Rodotà, professore emerito di Diritto civile all’Università la Sapienza di Roma, afferma su D, supplemento di Repubblica, che ormai ogni ginecologo deve essere consapevole del fatto che “l’interruzione di gravidanza è un diritto sancito per legge, che rientra nei suoi obblighi professionali e non è più ragionevole prevedere una clausola per sottrarvisi”.   Anche se difficilmente si potrà eliminare l’obiezione di coscienza, si deve quanto meno garantire il diritto alla salute della donna, inteso anche come “benessere fisico, psichico e sociale”: diritto quindi anche a interrompere una gravidanza nel pieno rispetto e con il necessario supporto fisico e psicologico.

Voi cosa ne pensate?

 

Postato in: Gravidanza e Parto

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