Intervista a Eleonora Mazzoni, autrice del libro “Le difettose”. Di’ anche tu la tua!

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le difettose

Tempo fa vi ho parlato di un libro molto interessante, “Le difettose” di Eleonora Mazzoni, edito da Einaudi. Un romanzo che parla della ricerca e del desiderio ossessivo di avere un figlio, proprio quando la natura sembra rifiutarsi di concederlo, e di tutte le frustrazioni e le speranze di donne “difettose” che ricorrono alla fecondazione assistita per riuscire finalmente a restare incinta.

Si tratta purtroppo di un fenomeno in crescita, in Italia il 15-20% delle coppie è sterile, e riguardo a cause e meccanismi ci sono ancora molte perplessità e pareri diversi. Per chi la vive in prima persona è ancora difficile sentirsi accettati dalla società, c’è vergogna e quasi un senso di isolamento.

Per questo credo sia importante ascoltare la voce di chi questo lungo e doloroso percorso l’ha già provato sulla propria pelle, come Eleonora Mazzoni:

Quanto c’è di autobiografico nel libro?

Il libro nasce da un’esperienza personale. Ho impiegato 6 anni prima di riuscire a diventare madre. Conosco quindi molto bene i sentimenti che accompagnano la scoperta dell’essere incinta e il successivo dramma di perdere il bambino tanto sognato o la delusione, dopo punture, ormoni, analisi, visite, ecografie, pick-up, transfer, nel vedere l’ennesimo test di gravidanza negativo. Tra l’altro mentre scrivevo il romanzo non sapevo come sarebbe finita la mia avventura. Ho consegnato il libro all’Einaudi e pochi giorni prima avevo cominciato quella che avevo deciso essere la mia ultima Icsi (avrei intrapreso di lì a poco la strada per l’adozione). Ora ho due gemelli di cinque mesi.

Perché al giorno d’oggi, malgrado si parli ovunque di emancipazione sociale, parità e diritti, e non ci si scandalizzi più di nulla, le donne che soffrono di infertilità e che ricorrono alla procreazione assistita devono ancora sentirsi “difettose”? La società non è ancora pronta ad affrontare questa tematica o, meglio, ad accettarla?

E’ un retaggio che ci arriva da molto lontano, dalla notte dei tempi. La sterilità in tutte le culture, razze e religioni è vista come una disgrazia. Addirittura come una punizione divina. Come se la donna venisse meno al compito principale che le è stato assegnato: portare avanti la specie umana. Anche se siamo libere e indipendenti sono eredità pesanti, difficili  da bypassare. Soprattutto in Italia, dove è da sempre molto forte l’idea che una donna che non diventa madre è una donna a metà (sarebbe interessante capire perché proprio l’Italia ora ha uno dei tassi di natalità più bassi al mondo!). La sterilità è ancora un tabù e un tabù è il ricorrere a pratiche di procreazione medicalmente assistita. Proprio ieri leggevo un articolo agghiacciante su Donna Moderna in cui si contrapponevano i figli in provetta ai figli dell’amore. La provetta ancora oggi viene vista come un accanimento eccessivo. Come una scelta egoistica di qualche donna attempata e viziata che
non ha voluto sacrificare la carriera per i figli e, ormai in menopausa, lo vuole a tutti i costi, alla stregua di un’auto o un vestito di Gucci. Ma scherziamo? Nei reparti di Pma si incontrano un sacco di ragazze di 25-30 anni. E se ne incontreranno sempre di più, visto la progressiva perdita di fertilità nel nostro mondo occidentale. Donne di tutte le età, quindi, che fanno dai lavori più prestigiosi a quelli più umili, di tutti gli status sociali, del nord e del sud. Una eterogenea, numerosa e variegata comunità.

Cosa spinge una donna a non “accontentarsi” di una vita a due e a cercare un figlio a tutti i costi, anche a prezzo di notevoli sofferenze fisiche e psicologiche?

Il desiderio di un figlio è qualcosa di primitivo, è un richiamo ancestrale e, quando arriva, può diventare devastante. Ma è insindacabile e difficilmente giudicabile. Non puoi dire: desideralo con più moderazione. Non è possibile. In più subentra, soprattutto quando la realtà sembra negartelo, un’ostinazione (questo secondo me succede con tutti i desideri che faticano a realizzarsi e si trasformano addirittura in qualcosa di patologico). Nel romanzo Carla, la mia protagonista, è costretta a fare un percorso di cura, di guarigione dall’ossessione, che, senza rendersene conto, le sta spolpando le giornate e togliendo la voglia di vivere. I suoi mentori sono Seneca e sua nonna Rina.  E alla fine diventa una persona migliore, più consapevole ed equilibrata.

Come reagiscono i mariti di fronte all’ossessione materna della moglie? Assecondano la loro compagna o affrontano il desiderio paterno in maniera diversa?

Ho notato che nella maggioranza dei casi assecondano la compagna per amore e perché intuiscono che per lei può diventare un problema di vita o di morte. Sono lì, pronti a fare il loro dovere quando arriva il momento della raccolta del seme (e non deve essere facile, ammettiamolo!).  Ma sicuramente vivono la questione della paternità con un distacco che la donna non ha. I rapporti, in questa girandola di speranze-delusioni, in questo fare l’amore in circostanze e orari prestabiliti, in questo vortice di nervosismi possono vivere delle battute d’arresto. Carla attraversa un momento di crisi con Marco. Che diventa però la possibilità di un approfondimento.

Da chi trova sostegno una donna che si affida alla fecondazione assistita, e da chi invece indifferenza o addirittura incomprensione?

Il sostegno lo trova in donne che come lei stanno facendo o hanno fatto questo iter. Le associazioni che alla fine ringrazio (Cub, Strada per un sogno, Sos infertilità, Madre Provetta, Hera, Mamme online, Vita di donna  e tante altre che per motivi di spazio non ho potuto ricordare) fanno, in questo senso, un lavoro eccellente e fondamentale. L’incomprensione viene spesso da una posizione ideologica: di chi pensa che contro natura, e magari contro il volere di Dio, converrebbe non andare. Tra le chiacchiere che fanno le mie “difettose” ho messo frasi “indifferenti” e insensibili che mi è capitato di sentire da parte di donne che non hanno avuto problemi e non capiscono (tipo: “Ma cosa stai lì a fare, prenditi un cane” o “Senza figli si vive meglio” detto da chi ne ha già 2 e sta mettendo in cantiere il terzo).

Come scrittrice, cosa vuoi comunicare attraverso il tuo romanzo alle donne coinvolte e a quelle che invece non sanno nulla dell’argomento?

Il romanzo ha diversi spunti che mi stavano a cuore. E’ innanzitutto un viaggio nel mondo complesso e misterioso del concepimento e della nascita. L’origine della vita non segue statistiche, probabilità, percentuali, calcoli, strategie, è libera, densa di possibilità ed imprevedibile. In secondo luogo è un viaggio attraverso il mondo dei desideri. La loro realizzazione, non solo quella di un figlio, non è regolata solo dalla volontà umana. C’è comunque una parte insondabile e incostante che non si riesce a imbrigliare. Destino? Sorte? Dio? Karma? I latini, tanto amati dalla mia protagonista, la chiamavano fortuna. In un’epoca che li ha sacralizzati, come possiamo sentirci felici anche se falliamo? Inoltre c’è il tema del tempo. Che sprechiamo. Che passa senza che noi ce ne rendiamo conto, facendoci sentire sempre in ritardo, sfasati rispetto agli appuntamenti importanti. E poi c’è tanto altro. Spero.

Attraverso la testimonianza di Eleonora Mazzoni mi auguro di aver contribuito a gettare un po’ di luce sul disagio vissuto da tante donne oggigiorno, perché per comprendere come viene affrontata una situazione del genere, quanto coraggio e determinazione siano necessarie, è importante lasciare sempre aperta la porta del confronto e della discussione, senza giudizi, a volte semplicemente ascoltando.

Sarebbe bello che ognuna di voi raccontasse la propria esperienza in merito, se ne ha vissuta una, o anche soltanto le proprie impressioni su cosa significhi diventare mamma. Anche perché il confronto, lo scambio e la solidarietà sono il primo passo verso una società più civile e paritaria!

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