La Buona Scuola: una docente spiega le ragioni del malcontento

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female high school teacher teaching in classroom

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Confesso subito di non aver capito le ragioni della sollevazione unanime dei docenti contro la riforma della scuola.
Al di là delle convinzioni politiche, a me sembrava che la Buona Scuola portasse a una scuola buona. Forse perché, avendo tre figli scolarizzati, mi ero già imbattuta in docenti assolutamente incapaci contro cui i dirigenti dichiaravano la propria impotenza. “Se tutti noi siamo sottoposti al giudizio di un superiore indipendentemente dalle capacità di questi” mi dicevo “Perché non dovrebbe esserlo un insegnante?”

Ho chiesto quindi a Rita, docente di inglese in una scuola media, di spiegarmi i motivi della protesta.

Rita, cos’è la Buona Scuola?

“Quando sento parlare di scuola buona, fatta bene, penso alla partecipazione di massa delle famiglie al concerto di fine anno della mia scuola, ai colleghi che lavorano gratis tutto l’anno per far crescere un coro di ragazzini di prima media, penso ai miei alunni vestiti da greci che oggi hanno assaltato le mura di Troia dell’altra prima, penso ai genitori e ai colleghi che ogni anno lavorano per due feste finali che farebbero invidia a chiunque. Penso al premio letterario che è nato quest’anno, ai premi di musica, matematica, aerobica che abbiamo vinto quest’anno, al giornalino della scuola, alla passione che tutti stiamo mettendo, genitori alunni e insegnanti e tutti quelli che lavorano con e per noi per tenere su la nostra scuola con lo scotch più forte e colorato che abbiamo.
La vera Buona Scuola è questa. La stiamo facendo noi con le nostre mani ogni giorno”

Non è così ovunque?

“La scuola si sta precarizzando, esattamente come il resto del mondo del lavoro. Il senso verso cui si viaggia è esattamente quello: non importa la qualità, importa risparmiare. L’aumento da anni del numero dei colleghi senza posto fisso, senza ferie e e senza diritti – e, spesso, senza qualifiche – è esattamente speculare a ciò che accade nella vita intorno a noi. La mia collega di lettere, ad esempio, non ha ferie poiché dal 1 luglio fino al contratto successivo non ha mai avuto un lavoro e quindi uno stipendio. Molti presidi fanno decadere i contratti dei precari a Natale per riassumerli il 7 gennaio. Altri li licenziano il giorno della fine della scuola, li riassumono per il giorno degli scrutini e li licenziano nuovamente il giorno dopo.
Quando si dice “scuola” bisogna tenere chiaro in mente anche questo”.

Avete il vantaggio indubbio di tre mesi di ferie estive, però

“Dipende da dove e da cosa si insegna. La categoria va dagli insegnanti di scuola materna a quelli delle scuole superiori. Ci sono poi gli scrutini, le attività accessorie, i lavori delle commissioni. Abbiamo 32 giorni di ferie all’anno da prendere tra il 1 luglio e il 31 agosto, e non possiamo prenderle durante il resto dell’anno se non in casi eccezionali. Certo, è una situazione di privilegio, però corrisponde esattamente ai giorni di chiusura delle scuole negli altri paesi europei – che però li distribuiscono diversamente nel corso dell’anno scolastico”

A me piacerebbe che ci fosse la possibilità di articolare diversamente la durata dell’anno scolastico

“Allora ti spiego perché noi delle medie chiudiamo il 30 giugno (e guai a sforare) tutte le pratiche educative: perché il Ministero sarebbe costretto a prolungare il contratto ai docenti supplenti, quelli che lavorano dal 1 settembre al 30 giugno.
L’esistenza dei “precari” è stata ed è un’esigenza dello stato italiano: lavoratori a tempo, a cui non pagare i contributi e lo stipendio per due mesi all’anno. Questo sistema è stato tenuto in vita, e lo è ancora, per anni e anni per una precisa esigenza economica: risparmiare su stipendi e contributi.
È per questo che in Italia non si fanno pause durante l’anno, ma ci sono i mesi lunghi d’estate: la pausa entro l’anno conserverebbe il contratto di lavoro dei precari, mentre in questo modo si risparmia stipulando da subito un contratto a tempo determinato”

Mi piace anche che il dirigente abbia la possibilità di scegliere i docenti che ritiene migliori

“Il dirigente potrà scegliere dagli elenchi ogni tre anni. Ottima idea, però lui sceglie e io posso solo accettare. Non posso dire “ok, vengo da te, però per non accettare l’offerta dell’altra scuola che mi vuole devi pagarmi di più”. Invece non avverrebbe così, non ci sarebbe libero mercato. A rimetterci sarebbe solo il docente bravo, di certo non il dirigente”

Si dice che non vogliate essere giudicati nel merito

“Sbagliato. Io, come docente, esigo una valutazione asettica del mio lavoro e una differenziazione retributiva che consenta di dare il giusto a tutti. E chi non è tagliato per questo mestiere, perché, grazie a Dio, non è un mestiere per tutti, va allontanato dalla scuola. La “buona scuola”, invece, punta alla randomizzazione della selezione del personale e all’ingiusta punizione dei docenti che, per fattori di ordine sociale ed economico, si troveranno in condizione di soprannumerarietà. Tra questi ultimi, tanti docenti di qualità”

Rita, tutti licenziano e la Scuola assume. Di cosa vi lamentate ancora?

“Si afferma che con La Buona Scuola ci sia un investimento per l’assunzione di 100.000 insegnanti. In realtà si tratta di persone che già lavorano nella scuola da anni. Cioè non si tratta di forza lavoro nuova, ma di colleghi che sopperiscono ai buchi lasciati da anni di mancate assunzioni. La mia collega di lettere, il collega di tecnica, lavorano già: non sono persone “in più”. Tappano da anni i buchi lasciati dal calcolo fatto dallo stato: non assumiamo, così non paghiamo contributi e stipendi estivi. La conseguenza diretta è che però questi colleghi, licenziati a fine anno scolastico e poi riassunti il 1 settembre, non possono poi venire riconfermati sulla cattedra dell’anno prima. Questo meccanismo allo Stato è convenuto per decenni, ma ha prodotto molti dei guasti di cui si incolpa la scuola oggi, a cominciare dalla mancanza di continuità per cui la classe cambia ogni anno insegnanti di matematica o lettere o inglese.
La sentenza della Corte Europea ha stabilito che questa pratica (licenziare e riassumere per più di tre anni su posti che però sono liberi) è sanzionabile, e che lo Stato italiano debba quindi sanarla al più presto.
La risposta del governo è questo decreto – creato in collaborazione con un’associazione che si chiama TREELLE – che dice: siamo costretti e li assumiamo, ma con stipendio ridotto e solo per tre anni rinnovabili. E, giacché ci siamo, dall’anno scolastico 2016-17 rendiamo triennali i contratti di tutti gli insegnanti, anche quelli di ruolo.
In questo modo si risolve il problema alla radice, si raggiunge il vero scopo di questa legge: dietro il preside sceriffo e lo spauracchio della valutazione (di cui nessuno dei miei colleghi parla nelle riunioni in cui cerchiamo di chiarirci le idee) c’è la precarizzazione del lavoro di tutto il corpo docente italiano, di ruolo anche da decenni. Saremo tutti legati a contratti triennali rinnovabili o meno a decisione del dirigente scolastico.
Se a questo si aggiungono le deleghe in bianco contenute nel decreto, che stabiliscono la fine del contratto collettivo nazionale e danno carta bianca al governo per definire tutto ciò che riguarda chi lavora in una scuola senza più nessuna contrattazione, è facile comprendere perché il mondo della scuola sia in una fase esplosiva”

Se dovessi essere tu a proporre una riforma, quale sarebbe?

“Un anno di prova vero, licenziabilità per giusta causa, quindici miliardi di finanziamenti all’anno, barriera all’ingresso e stipendio dei dirigenti collegato alle iscrizioni. Non ci vuole altro”.

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