La madre bambina, ovvero: cronache dall’infertilità

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la madre bambina

Ferme davanti al semaforo, io e Giovanna guardiamo in silenzio la piccola rom giocare con il figlioletto. Il bimbo sembra avere due anni, lei pochi di più. Lo allatta seduta sul marciapiede, poi gli fa solletico sul pancino. Il bimbo scoppia a ridere e lei se lo mette sulle ginocchia, lo fa trottare cantandogli una filastrocca mentre lui getta la testina al’indietro, felice.

Mamma e figlio, due bambini.

“Non è giusto” mormora Giovanna a voce bassa perché non mi accorga del nodo alla gola.

Giovanna ha 45 anni e ha preso la pillola per almeno venti. Ha iniziato da adolescente, ingoiandola  sfrontatamente davanti ai suoi perché avessero ben chiaro che aveva una vita sessuale, e ha continuato per forza d’inerzia mentre i primi amori lasciavano il posto ad amori maturi, amici di letto, calessi e mariti di passaggio.  Quando infine è arrivata l’altra metà della mela, Giovanna ha interrotto le pratiche contraccettive e si è messa pazientemente ad attendere.

“Non è ironico?” dice adesso seguendo il flusso dei pensieri “Pensa a quanti ormoni ho assunto negli anni, inutilmente”.

I giorni dell’attesa

Il bambino non arrivava e il tempo passava.  Giovanna e il compagno, nell’entusiasmo del loro amore, avevano cercato di incrementare la fertilità con rimedi naturali – maca, agnocasto, dieta di Randine Lewis – per sottoporsi infine agli esami e scoprire così di possedere un tale coacervo di problemi ormonali e anatomici da rendere improbabile l’arrivo di un figlio biologico.

“Sai cos’è la cosa peggiore?” chiede Giovanna senza smettere di guardare la bambina giocare col figlio.

Si, lo so ma non glielo dico. Non io, che ho avuto la pancia piena di figli e non posso permettermi di parlare.

Il problema peggiore è che il tempo che subisce una distorsione, viene scandito diversamente dal resto dell’umanità. Mesi e anni cessano di esistere lasciando il posto all’alternanza di giorni pre e post-ovulazione.

Il pre-ovulazione è pieno di aspettativa. La prima cosa che fai, al risveglio, è prendere la temperatura basale mentre visualizzi il tuo corpo dall’interno. Forse l’ovocita è maturo, forse è maturato tardi e allora fai appello ai tre, quattro giorni di sopravvivenza nelle tube degli spermatozoi. Ma fa niente, ché tanto tu e il tuo compagno farete ancora l’amore in giornata. Non sarete presi dalla passione, ma dall’accortezza. Mentre lui è i bagno ti metterai a candela, confidando nella forza di gravità e nel senso di orientamento degli spermatozoi.

I quindici giorni successivi sono di dolorosa attesa. Controlli in maniera ossessiva le linee degli stick che usi per monitorare la fertilità, ti sembra che la linea destra sia più marcata. E’ fatta, hai anche un giorno di ritardo.

E invece no, le mestruazioni arrivano. Il tuo corpo piange, piangi tu. Ti fai coraggio, prometti a te stessa che non ti sottoporrai un altro mese a questo supplizio, ma una settimana dopo sei di nuovo in pista a calcolare i giorni. Il tempo fugge via così, una quindicina dopo l’altra, ed è già passato un altro anno. Le amiche intanto, ti suggeriscono di non pensarci, che il bambino arriverà appena smetterai di cercarlo. Alla fine smetti di cercare loro.

Così è stato per me prima che arrivasse Lara, che era pure secondogenita.

Per questo rimango in silenzio mentre Giovanna lancia alla madre bambina sguardi pieni di odio. “Glielo rubo” dice. “Quanti anni avrà, sedici? Arrivata alla mia età ne avrà sfornati altri venti e si sarà dimenticata di questo. Non è giusto, lei quel bambino non l’avrà neanche cercato, forse neanche lo voleva. Non è giusto”

Il semaforo diventa verde, accelero lasciando alle spalle la ragazzina e il suo bambino. “Non è giusto” ripete Giovanna mentre apre un fazzoletto di carta.

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