Le disavventure di #Tatapercaso

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Young woman with thundercloud above her head

Sono stati giorni estenuanti, mi è successo un po’ di tutto: disavventure soprattutto. Da dove comincio? Direi di andare in ordine cronologico.
Forse, ora che ci penso, è una questione karmica, sapete quando fate qualcosa che non va e vi torna indietro energia negativa un po’ come un boomerang? Ecco a me è successo questo.
Tutto è cominciato quando ho discusso con la mamma di Marta e Matilde, divergenze di opinioni.
Avevo badato per quattro giorni anche a Matilde… e se avete letto il post precedente sapete con chi ho avuto a che fare. Tra le altre cose, lo so che sono venale, ma vengo pagata sempre per una sola bambina.
Ero sfibrata. E’ stata a casa con me per 8 ore per 4 interminabili giorni perché malata. Al quinto giorno stava meglio e la mamma non ha deciso mica di mandarla in piscina? Più volte ho cercato di farle capire che sarebbe stato meglio coprirla di più nei giorni in cui non fa proprio caldo, di sospendere la piscina perché sono mesi che si trascina febbre e tosse. Macché! La mamma è sempre la mamma. E la sera dopo mi ha chiamata per dirmi che Matilde è ancora malata.
Basta, ho alzato bandiera bianca, e ho detto che non l’avrei tenuta, o meglio, diplomaticamente ho suggerito che era meglio che per una volta portasse lei Matilde dalla pediatra, anche perché si sospettava una bronchite.
Evidentemente mi sarei dovuta immolare sull’altare “tatesco” e tenere ancora Matilde per un giorno o due o tre….
Dico che avrei dovuto perché dal quel giorno si sono susseguite una serie di disavventure.
Mi rubano il passeggino, avete capito bene, parcheggio il mio passeggino al solito posto, nel sottoscala del palazzo e puf, sparito! So che a Roma c’è un’emergenza di questo tipo, che i ladri abbiano scelto il franchising e siano arrivati anche a Milano?
La sensazione è stata come quella volta che mi hanno rubato l’auto a Capodanno. Ti sembra talmente surreale che anche se sai benissimo dove l’hai parcheggiata continui a sforzarti di ricordare dove l’hai messa e a cercare.
Per fortuna, però, la nonna di Marta aveva un passeggino di scorta. E qui comincia la seconda disavventura. Questo nuovo quattroruote, infatti, non ha nulla a che vedere con l’altro. Matilde riesce a sollevarlo con un braccio, come quello della sua bambola. Mentre penso che è leggero e che devo fare attenzione, metto le mani in tasca per  prendere le chiavi e cosa accade? Nella frazione di un secondo, visto al rallenty come in “Momenti di gloria”, o moviola calcistica, non vedo Marta che si sta ribaltando in due tempi? Per fortuna, la prontezza di riflessi mia e di un buon samaritano che passava di lì,  ha impedito la collisione di Marta col marciapiede. Si è spaventata però. E io l’ho sottoposta a una seduta di psicoterapia: le ho fatto picchiare il passeggino ripetendo “brutto, brutto cattivo”. In realtà mi sentivo io la “brutta e cattiva”.

Tornata a casa la sera, mi sono collegata alla mia posta e….mi sono ritrova un messaggio datato 2014, strano, ho pensato, che abbia cambiato l’ordine di lettura in qualche modo? Macché, la catastrofe, l’ecatombe era sotto ai miei occhi: non c’era più alcun messaggio del 2015, un anno di posta andato, sparito. Ancora sotto shock, ho ricevuto una telefonata da mia madre: era stata lei. Ma non mi ha chiamato per chiedere scusa o giustificarsi, ma per dirmi che aveva perso un pomeriggio a pulire il suo tablet dalle mie schifezze. Flashback: avevo controllato la posta sul tablet di mia mamma senza scollegarmi, mia madre non ha chiaro il concetto di internet e pensa che tutto ciò che vede è sul suo tablet, più roba c’è e più il tablet si riempie e va lento. Inutile la mia scenata isterica con tanto di lacrimoni.

Se vi ricordate vi ho detto che sono giornalista, che faccio questo lavoro quando me lo fanno fare. Infatti, sono una freelance, a chiamata, un po’ come i taxi. Mi ha telefonato l’agenzia stampa per cui collaboro ogni tanto e mi ha detto che c’era un evento ad Expo che dovevo seguire per loro l’indomani.
Cavolo, l’evento era interessantissimo, non potevo perdermelo: dovevo intervistare il presidente serbo, Aleksandar Vučić. Per un giorno niente pappe e pannolini.
Ho implorato la mia mamma pensionata, che da quando non lavora è una giramondo, di rimandare la partenza verso lidi esotici, e di dimostrare per la miliardesima volta il suo affetto materno tenendomi Marta.
Mia mamma ha acconsentito, anche perché doveva farsi perdonare un anno di posta elettronica. Dovevo proporre la sostituzione anche alla mamma di Marta, che ha accettato senza problemi, anche perché Marta ha già conosciuto la mia mamma e poi sarei stata un’oretta con loro prima di partire per la mia missione.
La sera prima ho studiato la situazione geopolitica della Serbia, mi sono preparata le domande e verificato orari e spostamenti. Ero pronta. Ero carica.
Tutto procedeva bene, ero riuscita persino a trovare un parcheggio gratuito a Sesto Marelli alle 9 del mattino. Sentivo che sarebbe stata una buona giornata.
C’era posto anche in metropolitana, nessuna disavventura. La convinzione che la dea bendata fosse con me è durata poco. Al momento dell’accredito per la stampa, ho scoperto che l’agenzia non aveva rispettato i tempi necessari per l’approvazione della domanda.
Morale? Sono stata gentilmente invitata a levarmi di torno. Ho aspettato un’ora nell’attesa del miracolo, l’agenzia diceva di poter fare qualcosa. Macché! E poi si è scoperto che persino Vučić, il premier serbo, ha deciso di “paccare” Expo.
Potevo tornare a casa. Tutto quel trambusto per nulla. Nel tragitto ho contattato il caporedattore, mi era venuto un dubbio… eccoci! Ho scoperto che non sarei stata pagata. Nonostante l’errore fosse dell’agenzia, nonostante avessi pagato 5 euro di metro, usato la mia auto e soprattutto dedicato 3 ore del mio prezioso tempo, non sarei stata rimborsata con un euro.
In quel momento mi sono resa conto di quanto mi mancasse la mia piccola Marta, e soprattutto mi sono resa conto che se la fortuna è cieca la sfiga ci vede bene, anche troppo.

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