L’ultimo giorno di scuola ha il sapore dei tigli

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fine della scuola

Baratterei una settimana della mia vita di adesso con un solo giorno della studentessa che sono stata per rivivere l’ebbrezza dell’ultimo giorno di scuola. Vertigine ubriacante di libertà!” dichiara Elena con un sospiro e un’insolita retorica, triste nonostante la coppa di affogato al caffè.

Mentre lei cincischia con la panna, alle nostre spalle gruppi di ragazzi e ragazze si rincorrono lanciando urla belluine. Lanciano gavettoni, si tirano addosso uova e farina. Le bidelle per precauzione hanno già sprangato le porte della scuola – non senza aver imprecato in tutte le lingue contro chi è riuscito a entrare nei bagni per approvvigionarsi d’acqua. “È una sensazione così potente che ancora me la ricordo: tre mesi ininterrotti di vacanza. Dio, che nostalgia!”

Elena proprio non si dà pace. E’ una donna pragmatica e una professionista affermata. Ha amori, amici, un lavoro che la appassiona, tempo per sé ed è sempre in viaggio. Eppure adesso si strugge nei ricordi mentre schiva sovrappensiero un gavettone piegandosi sul tavolino del bar.

Un po’ la capisco.

L’aria profuma di tigli e gelsomino, ovunque splende il giallo delle ginestre. Il caldo illanguidisce, i sensi si risvegliano, i tramonti diventano dolcissimi e la notte sa di erba appena tagliata. E tu pensi al lavoro.

“Sai cos’è” continua Elena imperterrita “è quel senso di assoluta libertà, il poter disporre di se stessi, la consapevolezza di avere tutte le opzioni aperte. Sono i libri gettati in aria, l’amica che ti aspetta al solito posto e lui che ti viene vicino facendoti battere forte il cuore. L’ultimo giorno di scuola noi uscivamo correndo come pazzi lungo i corridoi e cantando Vasco Rossi: ‘cosa importa se è finita, cosa importa se era la mia vita, o no. Quel che importa è che sia stata una fantastica giornata’. Ma in realtà a essere finita era solo la scuola, mentre la nostra estate incominciava. E un po’ anche la nostra vita“.

Devo farla smettere o mi metterò a piangere.

“Negherò sempre di avertelo detto” le dico “ma devi fare un figlio. Con un figlio scolarizzato tutto ricomincia. Studi nuovamente i dittonghi, la dinastia dei merovingi, i teoremi matematici. Sei in ansia per le verifiche, ti convinci che il professore ce l’abbia con te e inizi a parlare in prima persona plurale  dicendo cose tipo “questo pomeriggio dobbiamo ripassare geometria“”. Ma quando finisce la scuola per lui, finisce anche per te”

“Ed è come allora?” Chiede Elena ” Provi ancora quella sensazione da ubriacatura perenne, quell’euforia inconsulta? Ti senti felice e leggero, ti innamori ancora follemente della persona sbagliata?”.

“No – le dico – queste le cose succederanno a lui. Ma sarà come se”.

Ci concentriamo sui nostri gelati. I ragazzi alle nostre spalle si disperdono tra urla e risate, poi scende il silenzio.  “Maledetta allergia” mormora Elena cercando un fazzoletto.

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