Mamme adottive: come rompere la barriera dell’isolamento

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Baby

Il mio piccolo D.F. è reduce da un’esperienza di abbandono perché i genitori naturali fin dalla sua nascita non erano in grado di prendersi cura di lui neanche per le cose più semplici: perdeva peso perché le poppate non seguivano alcuna routine e aveva malattie della pelle perché non veniva cambiato né lavato per giorni.

Il bambino congelato

Quando, a sei mesi di vita, i servizi sociali, dopo vari esperimenti in casa-famiglia, l’hanno finalmente dato in affido, aveva ormai imparato che i suoi bisogni basilari come mangiare, bere ed essere pulito non venivano soddisfatti e che piangere per chiamare i genitori quando aveva fame, sete o il pannolino sporco era perfettamente inutile. Di conseguenza si era chiuso in un mutismo freddo, in una specie di diffidenza nei confronti del mondo. Il cosiddetto “bambino congelato”, una definizione orrenda per una condizione davvero difficile: il bambino stava fermo e tranquillo in passeggino o sul seggiolone guardandosi intorno con gli occhi spalancati e contenendo al minimo l’interazione con l’ambiente. I giocattolini lo interessavano per pochi minuti e poi venivano ignorati, il contatto visivo era preferibilmente evitato girando la testa dall’altra parte e il contatto fisico non produceva risposte apprezzabili. Più che un bambino, un Cicciobello.

La fatica di abituarsi ad interagire col mondo

La famiglia affidataria prima e poi mio marito ed io abbiamo dovuto “scongelarlo”, cioè abituarlo ad interagire col mondo. E’ stato un lavoro di grande pazienza. La prima cosa è stata conquistare la sua fiducia, soddisfacendo i suoi bisogni di base con costanza e regolarità svizzera; col tempo si è reso conto che la pappa gli arrivava più volte al giorno perfino prima che gli arrivasse la fame, che il pannolino gli veniva cambiato appena si sporcava e che quindi quel tormento al sederino non c’era più. Anche il forte prurito causato dalle varie infezioni cutanee era sparito grazie ai bagnetti frequenti, ai vestitini puliti e alle soffici cremine applicate sulla pelle. Gradualmente D.F. ha iniziato farci capire con un pianto sommesso quando aveva bisogno del nostro aiuto.

Una volta fatta questa conquista abbiamo visto dei miglioramenti anche nella sua capacità di interazioneiniziava a seguirci con lo sguardo per la stanza e a guardarci brevemente quando gli parlavamo. Abbiamo allora provato ad entrare nel suo mondo, cercando di farci accettare, per poi fare entrare lui nel nostro. E così ci siamo buttati a capofitto e dedicando tantissimo tempo a varie attività che prevedevano il contatto fisico ed emotivo.

Dal contatto fisico al contatto emotivo

Il massaggio infantile e’ stato importantissimo: dopo il bagnetto gli facevamo all’inizio un massaggino breve e limitato a braccia e spalle e poi via via più lungo su braccia, gambe, schiena e pancino.  Le prime volte il bambino sembrava non gradire particolarmente, ma insistendo con delicatezza, un giorno ho sentito un grande sospiro venire dalla sua boccuccia seguito da un mezzo sorriso. Sembrava quasi che mi dicesse: “questo mi fa sentire bene, mamma, continua pure”.  Per me e’ stato un successone!

Spesso poi sedevamo vicino a lui tenendogli la mano in silenzio. Può sembrare una cosa non troppo speciale, ma e’ stata molto importante per noi perché, senza essere invadente, questa pratica ci dava un senso di vicinanza gentile e quasi di appartenenza.

Il giorno in cui il mio piccolo ha afferrato spontaneamente la mia mano, ho capito che il peggio era passato.

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