Mamme adottive: dal rifiuto all’accettazione. Fuori il dolore, dentro l’amore

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Upset child

Quando mio figlio e’ arrivato a casa nostra siamo entrati subito nella cosiddetta luna di miele

E’ la fase dolce e bellissima dell’inizio, quando il bambino appena piazzato coi nuovi genitori adottivi si comporta come un cherubino e la vita e’ un sogno. I giorni sono pieni di sorrisi e coccole e giochi spensierati; le notti sono tranquille e tutti dormono sereni. E’ il momento migliore per riprendersi dalle emozioni dell’arrivo, spesso improvviso, del bambino e riprendere un po’ di fiato.

Dopo un paio di mesi di questa magia inattesa ho iniziato a credere che ci fosse andata di lusso e che tutti gli avvertimenti e gli scenari drammatici dipinti dagli assistenti sociali fossero solo crudeli invenzioni. Come mi sbagliavo!

Un cambiamento improvviso e inaspettato

Da un giorno all’altro il mio piccolo D.F. e’ cambiato completamente trasformandosi in una piccola furia. Durante il giorno piangeva per un nonnulla, all’ora dei pasti mi sputava addosso il cibo che avevo preparato con tanta attenzione e la notte, ah! la notte era un incubo: pianti e grida disperati che duravano ore. Niente serviva a calmarlo: ninna-nanna, coccole, storie della buona notte, lampada accesa o lampada spenta, sembrava che per lui l’importante fosse urlare. E tirare calci e pugni a chi si avvicinava per consolarlo. Per fortuna, essendo piccolo, non faceva tanto male, ma un calcio in faccia, anche se dato da un piedino, può lasciare il segno su un cuore di mamma.

Non riuscivo a capacitarmi del cambiamento che era avvenuto, cosa avevo sbagliato? Avevo fatto poco o troppo o male? Ero sicura che il bambino mi stesse rifiutando e non mi volesse come mamma.

La paura dell’abbandono

Poi a furia di parlarne con tutti (questo e’ importantissimo, mai tenersi dentro questi problemi) una mia conoscente psicologa infantile mi ha spiegato quello che era successo: il bambino si era comportato come un angelo all’inizio, mostrando il meglio di se’, per paura di essere mandato via, di essere trasferito nuovamente ad un’altra famiglia; dopo i genitori biologici e quelli affidatari eravamo già la terza tornata di genitori che gli capitava in pochi mesi e quindi il suo comportamento si poteva ben capire. La trasformazione in una bomba emotiva in costante esplosione pero’ la capivo meno. Eppure, secondo la psicologa, era abbastanza ovvio: il bambino si sentiva finalmente al sicuro con noi e quindi manifestava le sue emozioni più profonde, tutti i dolori ed i traumi accumulati nella sua breve vita, senza paura di essere respinto o abbandonato nuovamente. Quello che io avevo inteso come rifiuto era invece una dichiarazione di fiducia e d’amore.

Nostro figlio ci aveva accettato e ci stava confidando i tristi segreti del suo cuore

Abbiamo resistito, l’abbiamo lasciato sfogare standogli vicini ma non “addosso”, anche passando la notte sul pavimento della sua cameretta mentre lui piangeva inconsolabile nel suo lettino, finché, in capo a qualche mese, dal suo cuore è uscito il dolore e si è creato abbastanza spazio libero da lasciare entrare il nostro amore.

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