Mio figlio non mangia!

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mio figlio non mangia

Perchè un bambino arriva a rifiutare di nutrirsi? Come comportarsi? Come affrontare ansia, senso di colpa e senso di inadeguatezza?

Cucchiai volanti, forchette ponti-levatoi, bocconcini in fila, ammonticchiati, colorati, gorgheggi ad imitazione animale, robot e principesse guerriere , un tripudio di stratagemmi genitoriali che mirano all’unico, agognato scopo di far sì che il bambino conceda, finalmente, la grazia di MANGIARE.

Le descrizioni delle mamme alle prese con l’ alimentazione di un bambino inappetente sono tra le più pittoresche, ma celano, non di rado, una fatica ed una preoccupazione che di leggero e gradevole non hanno nulla. Perché tutto ciò?

Perché il cibo è oggetto di rifiuto?

La spinta verso l’alimentazione è uno tra gli istinti primari e in natura anche i cuccioli si avventano sul cibo con determinazione ed entusiasmo, salvo situazioni patologiche.

Nell’evoluzione umana, la generale scarsità di cibo e la fatica fisica richiesta spesso anche ai bambini, per aiutare gli adulti o nel gioco all’aria aperta, faceva sì che le risorse alimentari fossero quasi sempre inferiori al fabbisogno ed occorresse piuttosto assicurarsele prima che i numerosi fratelli le facessero sparire.

Perché quindi, nel cucciolo umano, o meglio, con maggiore frequenza nel cucciolo umano delle cosidette società avanzate, il desiderio di nutrirsi sembra scemare ed a volte essere oggetto di rifiuto?

Sicuramente anche perché di queste risorse, normalmente, nella nostra società esiste una sovrabbondanza. Quella che era un’esigenza dettata dal bisogno e dal piacere, oggi sembra aver assunto più una connotazione legata alla norma ed al dovere

Il” feeding behavior” della madre, cioè il suo istinto di nutrire, è spesso pressato da modelli o stili di vita certamente stressanti, che riducono i tempi a disposizione e le riserve di energia. In quei casi rischia di concentrarsi in obblighi o regole cui non ci si può sottrarre e che si caricano anche di connotati coercitivi: “Prima di mangia, poi si va a giocare”, “Si mangia questo e non quest’altro”, o anche colpevolizzanti “sono sfinita, ti prego, mangia”, “mi fai impazzire ogni volta”, o ricattatori “se non mangi, niente cartoni”, “se non mangi, vai in camera tua”.

Così si innesca un circolo vizioso relazionale, un braccio di ferro , che esaspera ambedue i “contendenti” e veicola sul cibo contenuti che non necessariamente riguardano il suo ambito. Carica sia la madre, più consapevolmente, ma anche il bambino, di frustrazione e senso di colpa. Come uscirne?

Come comportarsi se il bambino rifiuta il cibo?

Nessuna ricetta è di facile e sicura soluzione, e ogni caso è un caso a sé, ma qualche consiglio…

  • creare un’oasi, una tregua, il più possibile tranquilla dedicata ai pasti, lasciando ad altri momenti eventuali discussioni o tensioni
  • resistere alla tentazione di imporre il nutrimento, aspettando che la fame si possa affacciare
  • tollerare il salto di un pasto ogni tanto senza drammatizzare
  • non legare l’assunzione di cibo a premi o punizioni
  • comunicare al figlio il proprio piacere (autentico) di mangiare i piatti preferiti
  • portarlo a far la spesa perchè possa legare il cibo alla possibilità di desiderare e scegliere
  • farlo assistere e collaborare alla preparazione di qualche cibo che poi viene consumato in famiglia

De-enfatizzare, insomma, nella misura in cui è possibile, quella sorta di “dramma a due” tra soggetto nutriente e soggetto nutrito, in una forma di rapporto di maggiore riconoscimento della reciproca individualità e condivisione di esperienze nuove.

Articolo a cura di Dott.ssa Sara Bergomi Counselor, Gestalt-Terapeuta in Francia, Docente e Didatta del CSTG

Formata presso l’Ecole Parisienne de Gestalt e precedentemente presso lo stesso CSTG, ha frequentato inoltre il Corso di Perfezionamento  Post-laurea in Pratiche Immaginative presso la Facoltà di Scienze della Formazione di Milano Bicocca e il Corso  di Specializzazione in Etnopsicoterapia presso la Scuola di Specializzazione ad indirizzo junghiano Lista di Milano. Da sempre appassionata di antropologia e mitologia,  pratica e crede in un approccio appassionatamente umanistico alla sua professione ed al valore della relazione come elemento fondamentale del processo di cambiamento

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