Miti e leggende da spiaggia

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bambini in spiaggia

Se un ragazzino di oggi potesse essere teletrasportato in una spiaggia di trenta o più  anni fa, assisterebbbe al curioso spettacolo di un mare quasi vuoto mentre frotte di bambini vengono lasciati macerare sotto l’ombrellone.

“Perché quei ragazzi non si tuffano in acqua?” Si domanderebbe.

Facile: perché non sono passate le regolamentari tre ore che ne impediscono la morte per congestione.

Così funzionavano le cose ai miei tempi: si faceva una ricca colazione – l’inappetenza da vacanza era l’incubo di tante mamme che la prevenivano a suon di focacce e bomboloni – e poi bisognava attendere che venisse digerita. Attendere quanto? Minimo tre ore, meglio se quattro.

VIETATISSIMO durante l’attesa mangiare una qualsiasi altra cosa, fosse stata anche una caramella, pena l’azzeramento del tempo già trascorso e il ritorno alle caselle di partenza.

L’estenuante attesa…

Nei miei ricordi le vacanze al mare si declinano in estenuanti attese su spiagge diverse mentre l’acqua  azzurra e calma brilla in lontananza. Sulle tre ore di attesa non si transigeva: la  morte per congestione non era un’eventualità, ma una certezza.

Come facessero  i nostri genitori a tenerci buoni mentre ci liquefacevamo sotto il sole rimane per me un mistero.  Per passare il tempo formavamo bande di ragazzini di ogni età e sesso e riuscivamo a giocare tra di noi con gran gusto e senza che un animatore ci aizzasse a farlo, ma il bagno in mare rimaneva il momento clou della giornata.

… e il tanto sospirato ingresso in acqua

Finalmente, dopo mezzogiorno, venivamo autorizzati a entrare in acqua, dove però non saremmo rimasti a lungo. Dopo qualche minuto, infatti, le nostre mammme ci avrebbero avvisato che stavano per verificarsi fatti inquietanti quali: la nostra trasformazione in pesci (come dimostrava il raggrinzimento della pelle dei polpastrelli) il congelamento – non per niente le nostre labbra erano già diventate blu – e la privazione improvvisa delle forze che ci avrebbe fatto venire i crampi e affogare. E comunque era già l’ora di pranzo.

L’insorgere dei primi dubbi…

Crescendo, abbiamo iniziato ad avere i primi dubbi: i nostri coetanei  stranieri sembravano essere immuni dal pericolo di annegamento per congestione e sguazzavano in acqua a qualsiasi ora sotto i nostri occhi increduli, tra la disapprovazione dei genitori italiani. Alcuni, i più coraggiosi, osavano persino addentare un panino sul bagnasciuga. Noi bambini osservavamo la scena con raccapriccio, in attesa del momento in cui l’incauto tedesco sarebbe collassato sulla spiaggia tra crampi atroci. Ma non succedeva mai.

… e la rivelazione

Oggi i pediatri ci informano che l’attesa delle tre ore rimane un mito tutto italiano.

Io già lo sapevo – non appena ho avuto l’età della ragione ho iniziato a tuffarmi in acqua da subito per rimanervi tutto il giorno e lo stesso faccio fare ai miei figli – ma ugualmente mi rifiuto di crederlo, ché non voglio pensare che lo strazio di quelle attese sia stato completamente inutile.

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