Papà presenti, figli sani

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Nella battaglia sulla divisione dei compiti fra donne e uomini o meglio fra mogli e mariti, ma ancor più precisamente tra genitori, la nostra Società ha già dato le sue risposte.
A parte pochissime cose, tra le quali spiccano la gestazione di un figlio e l’allattamento al seno, sappiamo tutti fare le stesse cose.
Sappiamo governare uno stato, gestire un’azienda, comandare forze dell’ordine, guidare autobus e auto, fare la spesa, la lavastoviglie, il bucato, stirare, cucire, cambiare un pannolino, ninnare un bimbo, capire se ha fame o sonno, farlo giocare, baciarlo, toccarlo, crescerlo.

Nei casi in cui questa quasi perfetta interscambiabilità dei compiti non viene realizzata probabilmente c’è di mezzo qualche influenza culturale. Intendo dire che nel caso in cui in una Società o in una famiglia non venga realizzata o riconosciuta questa uguaglianza di capacità pratiche e di assegnazione di mansioni, l’ostacolo non è di tipo pratico ma di tipo culturale. Il tipo di Società in cui la famiglia vive potrebbe essere ancora “tradizionalista” oppure potrebbe esserlo la famiglia nella quale i componenti della coppia sono cresciuti e infine potrebbe esser che la famiglia che si è formata, per ragioni interne – come le esigenze di lavoro – abbia effettuato una divisione dei compiti alla vecchia maniera. Marito al lavoro, moglie a casa.

Sembrerebbe tutto pacifico ma c’è una questione, una questione di stile.
Eh si, perché anche se è vero che tutti sappiamo fare tutto, non è affatto vero che tutti facciamo le stesse cose nella stessa maniera. Ogni persona ha il suo stile, ma questa divisione sembra poter essere generalizzata identificando uno stile maschile ed uno femminile.
Nel caso della gestione dei figli – che è quella che interessa noi in questo articolo – sembra che queste differenze dipendano dal differente modo di vivere l’arrivo di un figlio da parte di un uomo rispetto alla donna. La natura in questo fa la sua parte: i figli nascono e crescono nella pancia della donna  quindi a lei è donato il privilegio di “sentire” fisicamente l’arrivo del figlio già dalle prime settimane. E’ naturale che in lei si sviluppi un istinto di cura e di accadimento che la farà sempre porre nei confronti dei figli in un’ottica protettiva quasi a voler riprodurre la simbiosi dei nove mesi di gravidanza anche quando il figlio è nato. Al padre invece è dato di aspettare di toccare e conoscere il proprio bambino solo alla nascita ed a lui la natura assegna quasi naturalmente il compito di presentare il mondo “esterno” al bambino, spiegandoglielo, e fungendo da graduale passaggio da una situazione di dipendenza ad una condizione di autonomia.

E’ opinione condivisa che questa differenza di sensazioni vissute che porta a questa diversità di ruoli simbolici porti ad una differenza negli atteggiamenti pratici di cura. La mamma sarà più protettiva e portata a rafforzare un rapporto a due, il padre sarà più proiettato a sviluppare atteggiamenti di autonomia del bimbo.
Questa diversità – però – non deve essere vissuta come un contrasto negativo. Al contrario si pensa sia un’opportunità eccezionale per il bambino al quale viene già offerta la possibilità di conoscere all’interno del nucleo familiare un’immagine della struttura sociale nella quale dovrà imparare a vivere.
Conoscere già dai primi giorni di vita due modi di essere toccato, due toni di voce, due registri differenti nel ricevere le cure, dà al bambino la possibilità di capire che al mondo ci sia qualcosa di diverso fuori dell’ambito materno.
Non è un caso che sia consolidata l’opinione che i bambini d’oggi “sono più svegli” di quelli di un tempo. Questo cambiamento sotto gli occhi di tutti è avvenuto contemporaneamente e parallelamente all’entrata in gioco dei padri nella vita intima ed affettiva dei loro figli, già a partire dai primi giorni di vita.

Scopriamo allora che il coinvolgimento dei padri nella cura dei figli non ha avuto soltanto il nobilissimo fine di non far mancare il calore affettivo ai nuovi arrivati e non ha esaurito i suoi significati e i suoi benefici nel equilibrare l’impegno e le fatiche all’interno di una coppia di neo-genitori; l’entrata in scena di un papà nella vita del proprio piccolo, già dai primi istanti della sua vita, ha una valenza pedagogicamente decisiva nell’educazione e nella formazione del bimbo, al quale il padre è in grado di dischiudere – con semplici gesti di cura – i segreti del mondo in cui vivrà.
I bimbi con un papà presente saranno bambini non impauriti dalle novità (nonni, tate, asili), saranno ragazzini socievoli e sicuri di se (scuola, sport, amicizie), saranno uomini sereni, tolleranti ed aperti agli altri.

Federico Ghiglione

Associazione Professione Papà

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