Quel ragazzo sembra “strano”, che faccio? I disturbi del comportamento alimentare

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Quando ti sembra che la compagna di classe o l’amico a te vicino stiano “un pò esagerando”, che fare? E se a preoccuparti è tuo figlio, o un tuo studente? Qualche consiglio per “avvicinarsi” ad un problema delicato senza ferire la persona che ci preoccupa.

Ci sono cose che si intuiscono “a pelle”. Quelle situazioni in cui non sappiamo nemmeno dire bene cosa, ma il sospetto si insinua in noi. Osserviamo, ed è come se i conti non tornassero.

In tutti i gruppi c’è una buona probabilità che almeno un adolescente abbia “un problema”: che sembri strano, che abbia un rapporto “particolare” col cibo, o con altre forme di comportamento “deviante”.

Credo che ai giorni nostri questo sia un argomento abbastanza attuale, che incontra le tematiche dell’educazione sana, ma anche quelle della lealtà e dell’appartenenza al gruppo, quando si è ragazzi.

Come si vede in tv, sicuramente il modo migliore per affrontare la questione con l’amico è scegliere un momento tranquillo per poter parlare: creare le condizioni in cui l’amico si senta meno esposto, al sicuro, e possa (si spera) esprimere i suoi sentimenti, come si sente veramente, o le sue preoccupazioni.

La stessa cosa vale se siamo adulti preoccupati per lui: è importante creare un contesto in cui lui/lei percepisca che non è in questione un giudizio su di lui, ma una preoccupazione per le conseguenze del suo comportamento.

La chiave di accesso, in caso di disturbo dell’alimentazione, non è certamente portare il discorso sul peso o sul cibo. Meglio cercare di esprimere le vostre preoccupazioni sul comportamento del ragazzo, e su come si è notato un cambiamento nei suoi stati d’animo.

Questo può aiutare l’adolescente a vedere che il suo problema alimentare lo sta colpendo in diversi modi, non solo per gli aspetti legati al cibo, ma anche per il suo comportamento in generale.
I disturbi alimentari non riguardano solo il peso e il cibo, ma hanno effetto su tutti i settori della vita della persona, compresi i suoi rapporti con gli amici e la famiglia.

Quando parlate con un amico coetaneo, o con un ragazzo che vi sta a cuore (vostro figlio, uno studente), usate un vecchio trucco: parlare in prima persona.

E’ molto più difficile di quanto pensiate, eppure è impossibile lasciarsi ascoltare su una questione importante cominciando ogni frase con affermazioni come “sei troppo magra”, o “ti comporti in modo strano”, e così via.

Usate l’Io: “ho notato che non hai una bella cera”, “sono preoccupato per te”, “mi manca il tempo che passavamo insieme, c’è qualcosa che non va”? 

Il ragazzo può rispondere in molto modi. Se è un tuo amico, e ti confida di non sentirsi troppo bene, invitalo a parlare con un adulto che possa aiutarlo, comprenderlo e sostenerlo. Non è detto che abbia bisogno di una consulenza professionale, ma potrebbe essere necessario.

Un atteggiamento più probabile è che questi ragazzi si mettano sulla difensiva e neghino che qualcosa non va. Lui/lei potrebbe arrabbiarsi, dicendo che va tutto bene. C’è una buona probabilità che dopo questi discorsi si allontanino da voi.

Cercate di non lasciare che la discussione degeneri in un litigio. In risposta al loro rifiuto, si potrebbe dire: “E ‘solo che ci tengo a te e voglio che tu sia in buona salute. Se cambi idea e vuoi parlare, io sono qui.” 

Se siete degli adulti preoccupati per lui, cercate di non restarci male alla sua reazione di rabbia , rifiuto,  dato che tutte queste risposte sono spesso una parte del disturbo (anche nel caso di disturbo alimentare).

Non rinunciate. Aspettate un paio di giorni o una settimana al massimo, e riprendete la questione ancora una volta.

Di solito non è utile avvicinare i genitori del ragazzo.  Può essere molto difficile per i genitori ammettere che il loro bambino ha un problema. I genitori possono anche rispondere arrabbiandosi, o negando, perché la verità è molto dolorosa.

Ma quando si è nella morsa di un disturbo, tanto prima si aiuta la persona, maggiori saranno le probabilità di recupero, e meno probabile che il disturbo diventi cronico o addirittura mortale.

Marcella Agnone – Psicologa Psicoterapeuta

foto: point-fort.com

Postato in: In famiglia, Psicologia

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