La scuola è il luogo in cui un bambino impara a leggere e a contare, ma anche quello in cui costruisce le prime amicizie, scopre i propri talenti e immagina chi vorrà diventare. Per milioni di bambini nel mondo, però, quella porta resta chiusa. 

In particolare, tra chi è stato costretto a fuggire dalla propria terra, l’esclusione dall’istruzione raggiunge proporzioni significative: secondo l’UNHCR, l’Agenzia ONU per i Rifugiati, nel mondo 7,2 milioni di bambini rifugiati in età scolare restano fuori dal sistema scolastico, quasi la metà del totale. E la situazione peggiora man mano che si cresce: se alla primaria riesce ad accedere la maggior parte dei bambini, alla secondaria le iscrizioni crollano drasticamente, lasciando gli adolescenti senza prospettive proprio nell’età più delicata.

Perché tanti bambini rifugiati non possono andare a scuola

Quali sono le ragioni per cui l’istruzione resta irraggiungibile per così tanti bambini rifugiati? Nei luoghi che accolgono chi fugge mancano spesso le strutture dove fare lezione, gli insegnanti in numero sufficiente e i fondi necessari a sostenere un percorso educativo stabile nel tempo. L’instabilità che caratterizza questi contesti rende difficile ogni forma di continuità, e quando le risorse disponibili bastano a malapena a garantire cibo, acqua e un riparo, l’organizzazione di un sistema scolastico diventa un obiettivo che si fatica a raggiungere.

A complicare ulteriormente la situazione interviene la durata della condizione di rifugiato. Come rileva l’UNHCR, quasi quattro persone rifugiate su cinque vivono un esilio prolungato, che può estendersi per molti anni e talvolta per l’intera infanzia. Questo significa che un bambino può trascorrere lontano da casa tutto l’arco della propria età scolare, accumulando un ritardo che difficilmente potrà essere colmato in seguito. Ogni anno perso è un tassello che viene a mancare nella costruzione del suo futuro, con conseguenze che si trascinano ben oltre il periodo dell’emergenza.

Molto più che imparare: la scuola come scudo

Ol valore dell’istruzione, per un bambino rifugiato, va molto oltre le nozioni che si apprendono tra i banchi. Frequentare la scuola significa, prima di tutto, trovarsi in un luogo dove qualcuno si prende cura di lui, dove la giornata ha una struttura e dove un adulto di riferimento può accorgersi se qualcosa non va. È proprio questa protezione a rappresentare il beneficio più prezioso, perché tiene i più piccoli lontani da pericoli concreti.

Inoltre, l’accesso all’istruzione riduce sensibilmente i rischi di lavoro minorile, di sfruttamento, di reclutamento da parte di gruppi armati e di matrimoni precoci. Un bambino che passa le sue giornate a scuola è un bambino che non viene mandato a lavorare, che non finisce nelle mani di chi vuole approfittare della sua fragilità, è una bambina che non viene data in sposa troppo presto. La scuola diventa così una barriera che si frappone tra l’infanzia e le minacce che la circondano. A questo si aggiunge il sostegno che un ambiente educativo può offrire sul piano emotivo, aiutando i bambini a elaborare ciò che hanno vissuto e a non restare schiacciati dal peso delle esperienze affrontate.

Gli ostacoli che un bambino rifugiato trova sulla sua strada

Anche in quei casi in cui un accesso all’istruzione esiste, il cammino verso la scuola resta disseminato di difficoltà. Le classi sono spesso sovraffollate, con un solo insegnante che si trova a gestire un numero altissimo di alunni. Gli stessi insegnanti, in molti casi, non hanno ricevuto una formazione adeguata ad affrontare le esigenze particolari di bambini che portano con sé traumi e interruzioni nel percorso di studi.

A questi ostacoli si aggiunge la barriera linguistica

E poi c’è una disparità che pesa in modo particolare: quando le possibilità sono poche, sono spesso le bambine le prime a restare escluse, trattenute dai lavori domestici o destinate a un matrimonio anticipato. Per loro l’accesso all’istruzione diventa una conquista ancora più difficile, e la sua mancanza si traduce in una vulnerabilità che le accompagnerà a lungo.

Rendere i giovani parte attiva della resilienza: l’esempio di Cox’s Bazar

Esistono realtà in cui sono stati fatti interventi concreti per avvicinare i bambini alla scuola, anche nei contesti più difficili. Uno di questi è Cox’s Bazar, in Bangladesh, il campo per rifugiati più grande del mondo, dove vive circa un milione di rifugiati della minoranza Rohingya e dove la metà della popolazione è composta da bambini. In un luogo segnato da precarietà e pericoli, l’organizzazione internazionale indipendente ActionAid si è attivata per sottrarre i più giovani alla mancanza di aspettative.

In particolare, sono stati costituiti centri di aggregazione e luoghi sicuri dove ragazze e ragazzi possono dedicarsi alla formazione in un ambiente protetto, lontano dai rischi del lavoro minorile, dello sfruttamento e del reclutamento. Si tratta di presidi che restituiscono ai più giovani non soltanto la possibilità di imparare, ma anche un luogo in cui sentirsi al sicuro, confrontarsi con i coetanei, ma soprattutto diventare parte attiva della loro comunità sviluppando competenze utili al suo sostegno.