Nel precedente articolo abbiamo parlato del sonnambulismo, provando a definire sinteticamente cos’è e come di manifesta. Vediamo oggi come è possibile accogliere il disagio di una famiglia, o di una persona che si trova in questa condizione.La parte più significativa della questione è che il sonnambulo non ha memoria delle azioni che compie durante il sonno.

La coscienza non è solo consapevolezza degli stimoli esterni, o degli stati mentali interni, ma anche la consapevolezza di sé.

Col sonnambulismo viene a mancare quello “sfondo”, rappresentato dalla certezza che quando scivoliamo nel sonno abbandoniamo la consapevolezza, e che ci riapproprieremo di corpo, coscienza e azioni al momento del risveglio.

Se verosimilmente per un bambino molto piccolo non è rilevante, lo è per un adulto, o per un bambino che comincia ad avere una consapevolezza di sé definita, che si accompagna allo sviluppo del linguaggio e delle competenze sociali ed emotive (orientativamente intorno ai 5 anni).

Nel caso dei bambini, inoltre, il sonnambulismo ha delle ripercussioni evidenti anche sul nucleo familiare, sui genitori, e sul senso di responsabilità che li riguarda nel momento in cui temono per l’incolumità del bambino.

Con la crescita, infine, i bambini possono cominciare ad avere vergogna di questo problema, e possono evitare situazioni in cui devono dormire fuori casa, o di farlo sapere agli altri.

Talvolta una mancanza di conoscenza sul sonnambulismo produce confusione e preoccupazione: alcuni luoghi comuni, ad esempio, vogliono che risvegliare bruscamente un sonnambulo sia rischioso per la sua salute, ma queste convinzioni non hanno fondamento scientifico.

E’ vero che essere bruscamente svegliati sarà causa di forte disorientamento, confusione, e anche reazioni che possono essere di rabbia o anomale, ma questo non è legato ad un rischio specifico per sé o per gli altri. Diversa è invece la questione dell’incolumità fisica del sonnambulo che commette azioni potenzialmente pericolose, anche se nella norma sono azioni di tipo semplice.

Le indicazioni sul fenomeno, nella letteratura condivisa, sono impegnate a “normalizzare” questo comportamento, e a rassicurare sul fatto che, pur esistendo terapie farmacologiche per la sua cura, è un fenomeno evolutivo che tende a scomparire spontaneamente.

Vorrei invece sottolineare, invece, la rilevanza degli aspetti emotivi e relazionali sopra accennata.
Sono dell’opinione che, una volta effettuata una diagnosi differenziale che escluda patologie specifiche (fatta attraverso il pediatra ed i medici di base, ed eventualmente uno specialista), e nel caso in cui il bambino o la famiglia descrivano disagio verso questa situazione, sia indicato rivolgersi ad uno psicologo o ad uno psicoterapeuta.

Come mi preme spesso ricordare, infatti, la psicoterapia non è solo cura della patologia, ma sostegno al cambiamento.
L’utilità di un intervento (che può essere di durata variabile) va in diverse direzioni:

1) ampliamento della consapevolezza: cos’è il sonnambulismo, come lo vive il bambino o la sua famiglia

2) come i membri della famiglia (in particolare i genitori) possono attivare le loro risorse per sostenersi davanti ad una difficoltà, e rispondere adeguatamente ai bisogni del bambino

3) attuare dei percorsi di benessere psico-fisico attraverso tecniche di rilassamento, laboratori creativi, psicomotricità, e tanto altro, che possono essere scelti in base alle esigenze della famiglia e alla specificità del caso.

In conclusione: pur non essendo, in molti casi, una patologia specifica, il sonnambulismo è un evento che coinvolge il bambino e la sua famiglia su più piani, ed è importante che ci sia uno spazio di condivisione e di parola che permetta di affrontare adeguatamente non solo ciò che accade, ma anche i vissuti che sono attivati.

dott.ssa Marcella Agnone – Psicologa Psicoterapeuta

foto: mammeunite.it