Se vuoi del male a qualcuno, auguragli tre figlie femmine”.
Era il mantra di mio nonno, padre di Silvana, Carme e Maria. Lo ripeteva scuotendo la testa quando le figlie, polemiche e pedanti, litigavano tra loro sviscerando i rispettivi punti di vista in un crescendo di isteria e aggressività, e lo ricordò a mio padre il giorno stesso del matrimonio: mi raccomando, tre figlie femmine, no.

Io e le mie sorelle arrivammo l’una dopo l’altra e non riuscimmo mai a smentire le parole del nonno. Rissose e pedanti, sapevamo nascondere bombe pronte a deflagrare dentro frasi innocue solo all’apparenza.
Un giorno mio padre ci chiese una tregua. “Voi non vi rendete conto di cosa vuol dire vivere in un mondo conflittuale e femminile” – disse  – “un mondo in cui è bene pesare le parole, ché tutto è portato a un livello di polemica più alto di quanto io riesca a sopportare. Un mondo in cui sulle mensole del bagno trovo solo creme e assorbenti, dentro una casa in cui gli oggetti seguono un’estetica esclusivamente femminile, dove si mangia roba senza grassi”.
Ne fummo molto colpite.

Quando nacquero le mie figlie capii meglio mio padre. Le ragazze non avrebbero potuto essere più diverse e questo rendeva i loro litigi insopportabili e continui. O meglio: per me erano insopportabili. Per mio marito, no. Lui osservava l’esplosione delle loro rabbie con curiosità e tenerezza mentre io, esasperata, diventavo matta.

Quando rimasi incinta per la terza volta ricordai le parole del nonno e mi venne un brividone. Invece – sorpresa! – dopo anni di matriarcato, in famiglia sarebbe arrivato un maschietto. Meno male, va’, pericolo evitato.
Ma mica per mio marito: per me, ché lui sarebbe stato in grado di disinnescare quell’alchimia di musi, capricci, e richieste che avevano il potere di far vibrare corde che neanche sapevo di avere e che portavano rabbia ed esasperazione.

Padri che “viziano” le figlie

Tu chiamale, se vuoi, proiezioni, e secondo la psicologia si tratta di un meccanismo di difesa attraverso il quale attribuiamo agli altri desideri e sentimenti che ci appartengono ma che non riconosciamo come propri, perché distorcerebbero l’immagine che abbiamo di noi stessi. Così quando le ragazze erano piccole e chiedevano un pasto più elaborato di quello che avevo preparato per loro, o un abito più sfizioso di quelli con cui le addobbavo, o degli smalti dai colori improbabili con cui giocare a fare le signore, la mia risposta era la stessa: no, perché io non li concedevo nemmeno a me stessa.

Il loro papà, al contrario, non vedeva l’ora di viziarle. Ricordo un pomeriggio invernale di otto anni fa passato a letto con la mastite mentre loro tre erano in giro per saldi. Le bambine tornarono piene di pacchi che neanche Pretty Woman, con abiti adatti a vita sul red carpet, e la cosa mi indispettì moltissimo, mi irritò tanto, mi fece proprio incazzare! Perché io non avevo mai avuto cose così belle e inutili in vita mia – e tutte in una volta, pure! E se proprio avessi voluto spendere dei soldi, mai avrei scelto di buttarli sull’acquisto di capi che le bambine non avrebbero fatto in tempo ad ammortizzare.

E ricordo discussioni infinite sui Massimi Sistemi Educativi in cui io scuotevo la testa (“No, tu rompevi proprio le scatole!” dichiara ora mio marito) e il loro papà che concedeva, risolveva, ascoltava; che si alzava alle sei di mattina per fare i ricci alla figlia grande quando questa era entrata nella sua fase riccia; che si sedeva per ore accanto alla figlia di mezzo per spiegarle il mistero delle divisioni a due cifre; che rimaneva intere serate a guardare la serie televisiva che piaceva a loro (“Perché era importante che si sentissero valorizzate, che crescessero sicure di sé, che si sentissero a loro agio col proprio corpo”).

Il “poliziotto buono”

Si dice che si cerca se stesse nello sguardo del padre e che se quello sguardo fosse distratto o assente potrebbe accadere di cercarlo negli uomini che incontreremo, rimanendo deluse. Le ragazze di mia pertinenza non hanno corso il rischio di non essere viste dal papà. Con loro lui ha fatto altri, meravigliosi errori, ci sono state altre, infinite possibilità di attentare al loro equilibrio emotivo, anche semplicemente partendo alle discussioni tra noi genitori, impegnati entrambi a contenderci la parte del poliziotto buono.

La scorsa settimana, ad esempio. La diciassettenne chiedeva da mesi di potersi fare un tatuaggio, e io le negavo sempre il consenso. Poi l’ha chiesto a papà e…

tatuaggio